Locazione di immobili di proprietà: mero godimento o attività imprenditoriale

 


L’attività di mera riscossione dei canoni di affitto di un immobile di proprietà, non costituisce di norma attività d’impresa e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo a carico del socio di cui difettino i presupposti (Corte di Cassazione, ordinanza 15 luglio 2019, n. 18934)


Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto dall’Inps, confermando l’accoglimento dell’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL contro due avvisi di addebito aventi ad oggetto il pagamento di contributi in favore della Gestione commercianti. La Corte territoriale, nello specifico, aveva ritenuto insussistenti le condizioni per l’iscrizione dell’opponente, in qualità di socio amministratore di alcune società a responsabilità limitata, nella Gestione commercianti dell’Inps, posto che l’unica attività svolta dalle società era quella di riscossione di canoni di locazione, che non configura esercizio di attività commerciale in quanto inerisce al mero godimento di beni immobili.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, ritenendo che dal quadro normativo complessivo e dalle circostanze di fatto acquisite al processo, emergeva evidente la natura imprenditoriale e non già di mero godimento dell’attività svolta dalla società, in assenza di prova contraria offerta dall’opponente.
Per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è che sia provato lo svolgimento di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), tuttavia, nel caso di specie, le società a responsabilità limitata di cui il controricorrente era socio non svolgevano attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili, bensì la sola attività di riscossione dei canoni di locazione degli immobili di cui erano proprietarie.
Diviene così irrilevante la circostanza che l’attività di gestione fosse svolta esclusivamente dal socio unico, o che questi non svolgesse altra attività lavorativa o, ancora, che non vi fossero dipendenti, così come non assume valore decisivo la mancanza di prova contraria, idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’Inps, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice. L’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 3145/2013), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Corte di Cassazione, sentenza n. 845/2010), e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti.
Del resto, sotto tale aspetto, sebbene con riferimento alle società in accomandita semplice, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’Inps.

 

Procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore dei periodi contributivi

 


Si forniscono precisazioni sulla procedura di esodo incentivato con riscatto diretto a carico del datore di lavoro dei periodi contributivi aggiuntivi idonei al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia.


La Legge di bilancio 2017 ha previsto, per il triennio 2017-2019, il ricorso all’assegno straordinario per il sostegno al reddito in favore dei dipendenti del settore del credito ordinario e del credito cooperativo. Con apposito decreto il Ministero del lavoro ha disposto che il Fondo di solidarietà per la riconversione e riqualificazione professionale, per il sostegno dell’occupazione e del reddito del personale del credito ed il Fondo di solidarietà per il sostegno dell’occupabilità, dell’occupazione e del reddito del personale del credito cooperativo, provvedono nei confronti dei lavoratori che raggiungono i requisiti previsti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato nei successivi sette anni, anche al versamento degli oneri correlati a periodi, utili per il conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia, riscattabili o ricongiungibili, precedenti all’accesso ai predetti Fondi di solidarietà. Gli oneri corrispondenti ai periodi riscattabili o ricongiungibili sono versati a tali Fondi dai datori e costituiscono specifica fonte di finanziamento.
Relativamente alla natura facoltativa dell’esercizio di detto riscatto, una volta avviate le procedure per ridurre il personale con incentivo agli esodi volontari, in termini generali occorre considerare che il riscatto ai fini pensionistici è un istituto attivabile a discrezione del diretto interessato, con onere a proprio carico, per valorizzare ai fini pensionistici determinati periodi espressamente previsti dalla legge e scoperti da contribuzione. Il riscatto, in quanto tale, ha dunque natura di vero e proprio negozio bilaterale, i cui effetti giuridici discendono dalla volontà di entrambe le parti, ossia l’ente previdenziale e l’assicurato. Detta operazione è attivata previa presentazione di apposita domanda del lavoratore interessato, da cui prende avvio il procedimento amministrativo rivolto all’accertamento dei requisiti di legge e che si conclude con una proposta di riscatto da parte dell’Istituto previdenziale; l’accettazione del medesimo interessato è rimessa alla preventiva valutazione da parte di quest’ultimo in ordine alla convenienza dell’operazione, anche in ragione dell’entità dell’onere quantificato.
Ebbene, sia le disposizioni relative alla legge di bilancio 2017 sia il DM suddetto sono state introdotte con la finalità di offrire ai datori del settore del credito ordinario e del credito cooperativo un particolare strumento per la gestione di situazioni occupazionali che avrebbero potuto generare eccedenze di personale. Tali misure, inoltre – che dovrebbero consentire la gestione non traumatica di potenziali esuberi – trovano la loro concreta attuazione entro un percorso di confronto sindacale, che consenta di contemperare nel modo più efficace le esigenze dei lavoratori potenzialmente interessati con quelle del datore. In particolare, la fattispecie introdotta dalla legge di bilancio non prevede alcun obbligo da parte dei datori di esercitare la domanda di riscatto a beneficio dei propri dipendenti, né sono individuati requisiti specifici per l’accesso all’assegno straordinario. Infatti, ai fini del conseguimento della pensione anticipata o di vecchiaia entro il periodo massimo di fruizione di tale prestazione, si prevede l’erogazione del predetto assegno, a carico della gestione previdenziale di appartenenza, al perfezionamento dei requisiti minimi contributivi e anagrafici, richiesti al momento del pensionamento.
Dunque, l’accesso alla prestazione straordinaria da parte di un’azienda destinataria del Fondo di solidarietà di settore è subordinato all’osservanza della relativa procedura, la cui attivazione avviene in attuazione di appositi accordi collettivi tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali. Nell’ambito di detto accordo saranno definiti i termini e le modalità per la concreta attuazione della procedura di esodo, in relazione da un lato ai criteri di individuazione dei lavoratori potenzialmente interessati e, dall’altro, alla sostenibilità del piano incentivante da parte dell’azienda.
Successivamente il datore può presentare tale accordo alla competente sede INPS, che provvederà a verificare l’esistenza dei requisiti previsti per l’accesso alla prestazione straordinaria, nonché l’effettiva cessazione del rapporto di lavoro.

 

Contributi Inps, l’impugnazione del verbale inibisce l’iscrizione a ruolo ma non implica decadenza

 


La non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione dall’esaminare il merito della pretesa, con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità per l’Inps di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (Corte di Cassazione, ordinanza 08 luglio 2019, n. 18280)


Una Corte d’appello, riformando la sentenza di primo grado, aveva dichiarato inefficaci le cartelle esattoriali opposte e relative al pagamento della contribuzione presso la Gestione commercianti, in relazione all’attività svolta in favore della società di cui il ricorrente stesso era socio e amministratore unico. La Corte aveva accertato che la notifica di tali cartelle era avvenuta in pendenza di una opposizione a verbale di accertamento proposta dal medesimo soggetto, per cui l’iscrizione a ruolo era inefficace in quanto non preceduta da autorizzazione del giudice ed in mancanza di espressa richiesta da parte dell’Inps di accertamento del credito.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando che la sentenza impugnata, erroneamente, non ha considerato che l’Istituto aveva proposto domanda di condanna al pagamento dei contributi dovuti, sia nella costituzione in giudizio che nella memoria di secondo grado, mentre la Corte di merito si era limitata a dichiarare l’inefficacia delle cartelle.
Ai sensi dell’art. 24, co. 3, del D.Lgs. n. 46/1999, la non iscrivibilità a ruolo del credito previdenziale permane qualora l’accertamento su cui la pretesa creditoria si fonda, sia impugnato davanti all’autorità giudiziaria, e sino a quando non vi sia il provvedimento esecutivo del giudice. Ciò, tuttavia, non esonera il giudice dell’opposizione avverso la cartella esattoriale dall’esaminare il merito della pretesa creditoria (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 6 agosto 2012, n. 14149), con la conseguenza che gli eventuali vizi formali della cartella esattoriale opposta comportano soltanto l’impossibilità, per l’Istituto, di avvalersi del titolo esecutivo, ma non lo fanno decadere dal diritto di chiedere l’accertamento in sede giudiziaria dell’esistenza e dell’ammontare del proprio credito (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 19 gennaio 2015, n. 774).
Dunque, l’opposizione alla cartella esattoriale finalizzata ad accertare che il credito non esiste in tutto o in parte, introduce un ordinario giudizio di cognizione avente ad oggetto il rapporto previdenziale; in tale ipotesi, l’Inps, anche in presenza di illegittima iscrizione a ruolo dei crediti e nell’impossibilità di avvalersi del suddetto titolo esecutivo, può chiedere la condanna al corrispondente adempimento nel medesimo giudizio, senza che ne risulti mutata la domanda (Corte di Cassazione, sentenza n. 3486/2016) e senza necessità di proporre quindi domanda riconvenzionale. Del resto, la cartella esattoriale non costituisce un atto amministrativo, ma un atto della procedura di riscossione del credito (i cui motivi sono già stati indicati e la cui liquidazione è già stata effettuata nei verbali di accertamento redatti dagli ispettori e notificati alle parti) per cui se all’esito del giudizio di opposizione il credito contributivo viene accertato in misura inferiore a quella azionata dall’Istituto, il giudice deve non già accogliere “sic et simpliciter” l’opposizione, ma condannare l’opponente a pagare la minor somma (Corte di Cassazione, sentenza n. 13982/07).
Nel caso di specie, tuttavia, la Corte d’appello ha escluso che fosse stata introdotta un’opposizione nel merito della pretesa contributiva e, quindi, ha limitato l’ambito del proprio giudizio alla sola verifica della legittimità dell’azione esecutiva di riscossione. Tanto premesso, il motivo addotto non può superare il vaglio di ammissibilità in quanto non contiene l’esatta riproduzione degli atti processuali dai quali il giudice di legittimità può trarre il convincimento che l’opposizione era stata proposta anche per ragioni di merito, non essendo sufficiente la mera affermazione che l’Inps aveva proposto domanda, reiterata finanche nella memoria di secondo grado, di condanna del lavoratore al pagamento dei contributi dovuti per il periodo in contestazione.

 

Revisione delle tariffe INAIL e altre disposizioni in materia previdenziale nella L. n. 58/2019

 


L’articolo 3-sexies, DL n. 34/2019 convertito con modificazioni inL. n. 58/2019 – inserito durante l’esame presso la Camera – estende a regime, a decorrere dal 2023, un meccanismo di riduzione dei premi e contributi per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali già previsto per gli anni 2019-2021 (resta escluso l’anno 2022) e sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, inserite dalla L. 30 dicembre 2018, n. 145.


Ai fini della messa a regime, dall’anno 2023, della revisione delle tariffe dei premi e contributi dovuti all’INAIL per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, di cui all’articolo 1, comma 1121, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, garantendone la vigenza anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2021, con esclusione dell’anno 2022, in aggiunta alle risorse indicate nell’articolo 1, comma 128, della legge n. 147 del 2013, si tiene conto dei seguenti maggiori oneri e minori entrate, valutati in 630 milioni di euro per l’anno 2023, 640 milioni di euro per l’anno 2024, 650 milioni di euro per l’anno 2025, 660 milioni di euro per l’anno 2026, 671 milioni di euro per l’anno 2027, 682 milioni di euro per l’anno 2028, 693 milioni di euro per l’anno 2029, 704 milioni di euro per l’anno 2030 e 715 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2031.
L’articolo 3-sexies, inoltre, come accennato, sopprime alcune modifiche alla disciplina sulla tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali introdotte – con decorrenza dal 2019 – dalla L. n. 145 del 2018. Le novelle ora oggetto di soppressione riguardano il rapporto tra gli indennizzi corrisposti dall’INAIL e il risarcimento ulteriore del danno nonché le azioni di regresso o di surrogazione, da parte dell’INAIL, verso il datore di lavoro o verso l’impresa di assicurazione – nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore e i natanti.


L’articolo 16-quinquies, invece, anch’essointrodotto durante l’esame presso la Camera, interviene sulla disciplina della definizione agevolata dei carichi fiscali e contributivi per i contribuenti in difficoltà economica contenuta nella legge di bilancio 2019. Il DL Crescita, in sede di conversione aggiunge infatti che le disposizioni del comma 185, art. 1, L. n. 145/2018 si applicano ai debiti derivanti dall’omesso versamento dei contributi dovuti dagli iscritti alle casse previdenziali professionali, previe apposite delibere delle medesime casse, approvate ai sensi del comma 2 dell’articolo 3 del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, pubblicate nei rispettivi siti internet istituzionali entro il 16 settembre 2019 e comunicate, entro la stessa data, all’agente della riscossione mediante posta elettronica certificata.

 

ListaPosPA, l’aggiornamento del tracciato Uniemens da ottobre 2019

 


Per i dipendenti pubblici, in considerazione che alcuni contratti di comparto hanno previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (Inps, messaggio 01 luglio 2019, n. 2440).


Come noto, per i dipendenti pubblici in regime di trattamento di fine rapporto (TFR), il relativo contributo è dovuto nella stessa misura e sulla stessa base contributiva prevista per il trattamento di fine servizio (TFS) ed è a totale carico delle amministrazioni di appartenenza degli interessati. Per gli Enti locali e per quelli del comparto Sanità tale contributo ammonta al 6,10% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 4,88%), mentre per le Amministrazioni statali il contributo ammonta al 9,60% della retribuzione utile calcolata nella misura dell’80% (per una aliquota effettiva pari al 7,68%). Ai sensi, poi, dell’Accordo quadro nazionale in materia di trattamento di fine rapporto e di previdenza complementare per i dipendenti pubblici, ulteriori voci retributive possono essere considerate nella contrattazione di comparto. Di qui, considerato che alcuni contratti di comparto hanno di fatto previsto l’inclusione nel computo del TFR di emolumenti non utili ai fini del TFS, è stato necessario prevedere un adeguamento del tracciato Uniemens – ListaPosPA, introducendo i necessari elementi per dichiarare tali emolumenti e i relativi contributi da calcolare in misura pari all’aliquota di computo (6,91%):
– il campo <ImponibileTFRUlterioriElem>, nel quale vanno dichiarate le voci retributive ritenute utili dalla contrattazione di comparto ai fini TFR in misura pari al 100% delle stesse;
– il campo <ContributoTFRUlterioriElem>, nel quale va indicato il totale dei contributi nella misura pari al 6,91% dell’imponibile di riferimento indicato nel campo suddetto.
La compilazione degli elementi deve avvenire a decorrere dalle retribuzioni erogate dal mese di ottobre 2019.