Processo amministrativo telematico: via libera del Garante privacy

 


Parere favorevole del Garante Privacy sullo schema di decreto del Presidente del Consiglio di Stato che fissa le regole tecniche per l’attuazione del processo amministrativo telematico, come modalità di trattazione della causa, alternativa a quella unicamente scritta, durante l’emergenza Covid19, nel periodo che va dal 30 maggio al 31 luglio 2020. Il Garante auspica però che, cessata l’emergenza, Consiglio di Stato e Tar si dotino di una piattaforma gestita direttamente o comunque sotto il loro controllo. Nella nota n. 465/2020 in commmento, si rendono inoltre noti: la richiesta di maggiori tutele per la conservazione dei documenti digitali ed il chiarimento fornito sul ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr.


Processo amministrativo telematico
In assenza, al momento di una disciplina tecnica specifica, lo schema di decreto stabilisce le modalità di collegamento, quelle di partecipazione dei difensori e dei magistrati, i tempi di discussione, le garanzie di sicurezza del sistema informativo, nonché lo svolgimento da remoto delle camere di consiglio dei magistrati. Lo svolgimento del del processo in videoconferenza può essere chiesta dalle parti o disposta d’ufficio in qualsiasi udienza pubblica o camerale.
Il Garante ha ritenuto positivo, in particolare, il fatto che non sia consentita la registrazione delle udienze, ciò dovrebbe impedire al provider, che offre il servizio di videoconferenza, di acquisire dati personali al di fuori dei “metadati” necessari per il collegamento video da remoto (identificativi per l’autenticazione coincidenti con gli indirizzi email, indirizzi Ip delle postazioni, data e ora della connessione). Il ricorso alla videoconferenza, inoltre, sarebbe limitato alle sole udienze con presenza dei difensori essendo invece le camere di consiglio decisorie svolte di norma in “audioconferenza”.
Il Garante dell privacy auspica tuttavia che, una volta cessata l’emergenza sanitaria, si adotti una piattaforma interna, gestita dagli organi di Giustizia amministrativa o sotto il loro stretto controllo, in quanto software open source presenterebbero il vantaggio di prestarsi a implementazioni direttamente su datacenter e reti della Giustizia amministrativa, o comunque su infrastrutture gestite collettivamente da o con altre Pa. Ciò eviterebbe i rischi di flussi transfrontalieri interni o esterni all’Unione europea legati a soluzioni “cloud” di aziende extra-europee.
Si sottolinea, inoltre, l’esigenza di adottare ogni opportuna iniziativa volta alla formazione del personale sull’uso dei sistemi, anche per evitare inconvenienti, quali, ad esempio, l’ascolto delle udienze e delle camere di consiglio da parte di soggetti non autorizzati a partecipare.
L’Autorità, infine, ha rappresentato l’esigenza di interpretare la disciplina della pubblicazione on line delle “copie di studio” dei provvedimenti giurisdizionali alla luce della giurisprudenza della Cassazione e del Regolamento europeo, così includendo tra i casi di anonimizzazione obbligatoria anche quelli relativi ai dati sulla salute, genetici e biometrici.


Conservazione documenti digitali: maggiori tutele
L’Autorità ha fornito parere anche sulle linee guida predisposte dall’Agenzia per l’Italia digitale nell’ambito dell’attuazione del Codice per l’Amministrazione Digitale, in caso di cessazione del servizio. Secondo il garante, l’AgID dovrà stabilire regole più precise per fare in modo che i soggetti che si occupano di conservazione dei documenti informatici rispettino a pieno la normativa sulla protezione dei dati personali, nel caso in cui la fornitura del servizio offerto a PA e a privati venga a cessare.
In particolare, il Garante privacy ha chiesto all’AgID, di integrare lo schema sottoposto in modo da assicurare specifiche tutele per i dati personali trattati in linea con il Regolamento europeo in materia, il cosiddetto GDPR.
Le Linee guida dovranno, in particolare, ricordare che la normativa impone al conservatore (che in questo caso). A tale proposito, è importante che nel processo di cessazione venga coinvolto anche il responsabile per la protezione dei dati (cosiddetto Rpd/Dpo).
L’Autorità chiede poi che nelle Linee guida il conservatore sia invitato ad ampliare l’”analisi dei rischi”, tenendo conto di quelli connessi al trattamento dei dati personali valutando, tra l’altro, la presenza di dati personali di categorie particolari, come quelli relativi alla salute, alle condanne penali o a reati. Il conservatore dovrà inoltre adottare adeguate misure di sicurezza per il “trasferimento degli archivi di conservazione”, così da garantire riservatezza, integrità e disponibilità dei dati contenuti nei documenti. Nel piano predisposto, il conservatore cessante dovrà infine indicare per quanto tempo sarà garantita l’accessibilità dei documenti, e definire modalità sicure per la “cancellazione degli archivi di conservazione”.


Il ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr
Circa, infine, il ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr, il Garante ha precisato il ruolo e le responsabilità degli Organismi di Vigilanza (OdV) riguardo ai trattamenti dei dati personali svolti nelle loro funzioni e ha escluso che essi possano essere qualificati come titolari autonomi o come responsabili del trattamento.
Gli OdV, sia pur dotati di autonomi poteri di iniziativa e controllo per l’espletamento delle loro funzioni, non possono essere considerati autonomi titolari del trattamento perché i loro compiti non sono determinati dagli Organismi stessi, ma dall’organo dirigente dell’ente che, nell’ambito del modello di gestione e organizzazione, ne definisce gli aspetti relativi al funzionamento, compresa l’attribuzione delle risorse, i mezzi e le misure di sicurezza.
Inoltre, l’OdV non può essere considerato neppure quale responsabile del trattamento, inteso come persona giuridicamente distinta dal titolare che agisce per conto di quest’ultimo secondo le istruzioni impartite. Il Gdpr, infatti, pur non modificandone l’essenza, prevede ora, in funzione della gestione dei dati svolta per conto del titolare, un serie di obblighi in capo al responsabile del trattamento, come pure la sua diretta responsabilità per l’eventuale inosservanza degli stessi. Al contrario, eventuali omessi controlli sull’osservanza dei modelli predisposti dall’ente non ricadono sull’OdV ma sull’ente stesso.
L’OdV nel suo complesso non è quindi distinto dall’ente ma è “parte dell’ente” che, quale titolare del trattamento, definisce il perimetro e le modalità di esercizio dei compiti assegnati all’organismo, nonché il ruolo che, in base alla disciplina in materia di protezione dei dati personali, deve essere previsto per i singoli membri che lo compongono. In particolare, l’ente designerà i singoli membri dell’OdV come soggetti autorizzati, i quali dovranno attenersi alle istruzioni del titolare.

 

Cessione d’azienda illegittima, le retribuzioni corrisposte dal cessionario non liberano il cedente

 


In caso di cessione d’azienda illegittima, le retribuzioni corrisposte dal cessionario, che abbia utilizzato la prestazione del lavoratore, successivamente alla messa a disposizione di questi delle energie lavorative in favore dell’alienante, non producono un effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante sul cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa (Corte di cassazione, ordinanza 14 maggio 2020, n. 8950)


A seguito di una sentenza di appello passata in giudicato, veniva dichiarata la nullità della cessione di alcuni rapporti di lavoro ed il loro ripristino in capo alla Società cedente. I lavoratori coinvolti, così, dopo aver inutilmente offerto la loro prestazione di lavoro, avevano adito il Tribunale per il riconoscimento delle retribuzioni maturate, ma il Giudice aveva accolto i ricorsi in opposizione dell’azienda cedente in base alla circostanza che gli stessi avevano continuato a prestare attività lavorativa alle dipendenze della Società cessionaria, da cui erano stati regolarmente retribuiti, Oltretutto, non sarebbe stata fornita la prova relativa ad eventuali danni sofferti per avere percepito somme inferiori rispetto alla retribuzione che sarebbe loro spettata alle dipendenze della cedente.
In sede di appello, invece, la Corte territoriale aveva accolto il gravame dei lavoratori, sul rilievo che gli stessi non erano stati retribuiti con riferimento ai periodi dedotti in causa, essendo cessati i relativi rapporti di lavoro per dimissioni, collocamento in mobilità, risoluzione consensuale incentivata, in epoca addirittura antecedente alla emissione della sentenza passata in giudicato. Altresì, la Corte aveva qualificato come risarcitoria l’azione intentata dagli appellanti e riteneva che non fossero emersi fatti integranti il cd. aliunde perceptum e/o percipiendi idonei ad elidere o diminuire il danno. Né sarebbero potute essere portate in detrazione le somme percepite a titolo di indennità previdenziali alla stregua di un consolidato orientamento di legittimità.
Ricorre così in Cassazione la Società cedente, lamentando l’erroneità della sentenza nell’aver ritenuto che la condotta dei lavoratori che avevano prestato il proprio consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro con la cessionaria fosse irrilevante.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Secondo orientamento di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza 29092/2019), in caso di illegittimità della cessione di azienda o di ramo d’azienda, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente, sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale.
Inoltre, va evidenziata la natura retributiva e non più risarcitoria dei crediti che il lavoratore ha ingiunto in pagamento alla Società cedente, a titolo di emolumenti allo stesso dovuti per effetto del mancato ripristino del rapporto da parte della società predetta in seguito a declaratoria dell’illegittimità della cessione di azienda.
Infine, seppur con riferimento alla fattispecie di interposizione di manodopera, ma comunque applicabile all’ipotesi di cessione del ramo d’azienda, considerato il riconoscimento di diritto vivente sopravvenuto operato dalla Corte costituzionale (sentenza 28 febbraio 2019, n. 29), rileva l’indirizzo per cui ove venga accertata l’illegittimità (dell’appalto o della cessione d’azienda) e dichiarata l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, l’omesso ripristino del rapporto di lavoro ad opera del committente o del cedente, determina l’obbligo di quest’ultimo di corrispondere le retribuzioni, a decorrere dalla messa In mora (Corte di Cassazione, S.U. sentenza 7 febbraio 2018, n. 2990).
Tanto premesso, acclarata l’illegittimità del trasferimento del ramo d’azienda, dalla messa in mora operata del lavoratore, vi è l’obbligo dell’impresa già cedente di pagare la retribuzione e non di risarcire un danno, non rinvenendosi peraltro nell’ordinamento norma di diritto positivo che consenta di ritenere che tale obbligazione pecuniaria possa considerarsi, in tutto o in parte, estinta per il pagamento della retribuzione da parte dell’impresa originaria destinataria della cessione. Ciò, anche sul presupposto dell’unicità di prestazione lavorativa e di obbligazione, con la qualificazione del relativo pagamento ottenuto dal cessionario alla stregua di un adempimento del terzo.
Del resto, non si pone una questione di compensatio lucri cum damno per ogni ipotesi di aliunde perceptum, considerato che va escluso che la richiesta di pagamento del lavoratore abbia titolo risarcitorio, titolo su cui si fonda la detraibilità dell’aliunde perceptum dal risarcimento.

 

Indennità “600 euro” di marzo: domanda entro il 3 giugno

 


L’art. 84, co. 14, DL n. 34/2020 (cd. DL Rilancio) ha stabilito che decorsi quindici giorni dalla data di entrata in vigore del decreto si decade dalla possibilità di richiedere le indennità riconosciute dal DL Cura Italia (DL n. 18/2020 convertito con mod. in L. n. 27/2020) relative al mese di marzo 2020. Pertanto entro il 3 giugno è necessario procedere alla relativa domanda.


Nel dettaglio, trattasi delle indennità di cui agli articoli 27, 28, 29, 30 e 38 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27. Parliamo dunque dell’indennità riconosciuta per il mese di marzo a:


– professionisti e lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (art. 27, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori autonomi iscritti alle Gestioni speciali dell’Ago (art. 28, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali (art. 29, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori del settore agricolo (art. 30, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori dello spettacolo (art. 38, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27).
Al fine di non decadere dal diritto in questione, è necessario quindi precedere all’inoltro della domanda entro il prossimo 3 giugno (15 giorni dal 19 maggio 2020, data di pubblicazione del DL Rilancio). Chi ha già richiesto l’indennità e l’ha ricevuta o è in attesa di riceverla non dovrà presentare nuova domanda per il mese di aprile, in quanto la mensilità sarà attribuita in modo automatico dall’Inps.
In merito alla domanda, si ricorda che i lavoratori, potenziali destinatari delle suddette indennità, per poter ricevere la prestazione di interesse, possono presentare in via telematica all’INPS la relativa domanda utilizzando i consueti canali telematici messi a disposizione per i cittadini e per i patronati nel sito internet dell’Inps (Messaggio Inps n. 1288/2020).
L’accesso alle domande on line di indennità di 600 euro è stato collocato direttamente nella home page del sito ed è reso disponibile a tutti i cittadini con modalità di identificazione più ampie e facilitate rispetto al regime ordinario (Messaggio Inps n. 1464/2020). A tal fine, stante il carattere emergenziale delle prestazioni in commento, i potenziali fruitori possono accedere al servizio dedicato con modalità di identificazione più ampie e facilitate rispetto al regime ordinario, utilizzando i consueti canali telematici messi a disposizione per i cittadini e per gli Enti di Patronato nel sito internet dell’INPS (Circolare Inps n. 49/2020).
In sintesi, le credenziali di accesso ai servizi per le nuove prestazioni sopra descritte sono attualmente le seguenti:
– PIN rilasciato dall’INPS (sia ordinario sia dispositivo);
– SPID di livello 2 o superiore;
– Carta di identità elettronica 3.0 (CIE);
– Carta nazionale dei servizi (CNS).
Qualora i potenziali fruitori delle citate indennità non siano in possesso di una delle predette credenziali, è possibile accedere ai relativi servizi del portale Inps in modalità semplificata.La modalità semplificata consente ai cittadini di compilare e inviare le specifiche domande di servizio, previo inserimento della sola prima parte del PIN, ricevuto via SMS o e-mail, dopo averlo richiesto tramite portale o Contact Center. Una volta ricevute (via SMS o e-mail) le prime otto cifre del PIN, il cittadino le può immediatamente utilizzare in fase di autenticazione per la compilazione e l’invio della domanda on line per le sole prestazioni sopra individuate (Messaggio Inps n. 1381/2020).
In alternativa al portale web, le stesse tipologie di indennità una tantum possono essere richieste tramite il servizio di Contact Center integrato, telefonando al numero verde 803 164 da rete fissa (gratuitamente), oppure al numero 06164164 da rete mobile (a pagamento, in base alla tariffa applicata dai diversi gestori). Anche in questo caso, il cittadino può avvalersi del servizio in modalità semplificata, comunicando all’operatore del Contact Center la sola prima parte del PIN.


Inoltre si ricorda che -come ribadito con comunicato Inps 26 maggio – il decreto Rilancio ha introdotto la cumulabilità delle misure di sostegno al reddito legate all’emergenza pandemica con l’assegno ordinario di invalidità. La cumulabilità riguarda anche l’indennità COVID-19 da 600 euro di marzo 2020 prevista dal decreto Cura Italia. Pertanto, chi ha avuto la domanda respinta a seguito del riesame d’ufficio potrà ricevere il pagamento dell’indennità di marzo, mentre i beneficiari di assegno ordinario di invalidità che non abbiano ancora presentato la domanda per l’indennità di marzo potranno richiederla entro il 3 giugno 2020 tramite l’apposito servizio.

 

Avviso comune per l’applicazione del Protocollo anticontagio nelle cooperative

 

Firmato un accordo interconfederale per l’applicazione del Protocollo anticontagio  nel settore delle cooperative

Al fine di dare più ampia attuazione al Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID-19 negli ambienti di lavoro, le Parti sociali del sistema cooperativo hanno dedicato una sezione specifica al tema della Salute e Sicurezza sul Lavoro, intendendo avviare un confronto negoziale interconfederale per l’applicazione del D.Lgs. 81/08 s.m.
Nelle more della costituzione di un sistema di pariteticità nel mondo della cooperazione e, pertanto, di un sistema di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori a livello aziendale e territoriale volto a favorire, attraverso la partecipazione, la realizzazione e l’ampliamento dell’insieme dei diritti e delle tutele in materia di prevenzione , le Parti firmatarie si sono impegnate a promuovere:
– la costituzione in azienda di un Comitato per l’applicazione e la verifica delle regole del Protocollo, con la partecipazione delle rappresentanze sindacali aziendali e dell’RLS;
– la stipula di un protocollo di sicurezza anti-contagio, nel rispetto dei contenuti previsti dal Protocollo condiviso;
– la costituzione di un Comitato Territoriale paritetico composto dalle Organizzazioni Sindacali e dalla Cooperazione, laddove non già costituito in azienda, con il compito di monitorare sull’applicazione e sulla verifica delle regole previste dal Protocollo nelle cooperative del territorio interessato nelle quali non sia già stato costituito un comitato aziendale e fornire supporto alle cooperative attraverso indicazioni operative e materiale informativo per l’applicazione del Protocollo di Sicurezza anti-contagio.


 

Erogazione del F.I.S. ai dipendenti esercizi cinematografici

 

Siglato il 26/5/2020, tra l’ANEC e SLC-CGIL, la FISTEL-CISL, la UILCOM-UIL, l’accordo quadro per l’erogazione del F.I.S. Fondo di Integrazione Salariale ai dipendenti dagli esercizi cinematografici e cinema-teatrali..

Possono richiedere il F.I.S. tutti i datori di lavoro del settore Esercizio Cinematografico che hanno in forza nell’ultimo semestre una media di più 5 dipendenti e che abbiano nel cassetto previdenziale i codici di autorizzazione INPS OJ o 6G o 2C e che i dipendenti interessati siano in forza al datore di lavoro alla data del 23/2/2020.
Sono esclusi dall’applicazione del F.I.S. i datori di lavoro che abbiano una media, nell’ultimo semestre,fino a 5 Lavoratori, per i quali andrà applicato quanto previsto dall’art. 22 DL18/20 (CIGD). Il F.I.S. è concesso a beneficio dei lavoratori dipendenti di unità produttive che siano sospesi dal lavoro o effettuino prestazioni di lavoro a orario ridotto per contrazione o sospensione dell’attività produttiva per situazioni aziendali inerenti gli effetti diretti o indiretti del fenomeno epidemiologico COVID19 e delle misure di contenimento previste dalle autorità preposte.
Per ciascuna unità produttiva il F.I.S può essere concesso con decorrenza dal 23/2/2020 fino al 31/8/2020, per un periodo non superiore a 9 settimane, il D.L. 34 del 19/5/2020 concede un ulteriore periodo di n. 9 settimane da utilizzare solo al termine delle prime 9 settimane per un totale di n. 18 settimane totali
Il trattamento di F.I.S può essere concesso ai lavoratori subordinati con qualunque forma contrattuale, con qualifica di operai, impiegati e quadri, ivi compresi gli apprendisti, che risultano in forza presso il datore di lavoro alla data del 25/5/2020, con esclusione degli stagisti e dei Dirigenti.