Genuinità dell’appalto: negli appalti “leggeri” sufficiente una effettiva gestione dei propri dipendenti

 


In tema di genuinità dell’appalto, non ha più rilievo assoluto la titolarità dei mezzi di produzione da parte dell’appaltatore, quanto piuttosto la presenza di apprezzabili indici di autonomia organizzativa. Nello specifico, negli appalti cd. “pesanti”, che richiedono l’impiego di importanti mezzi o materiali, il requisito dell’autonomia deve essere calibrato, se non sulla titolarità, quanto meno sull’organizzazione di questi mezzi; negli appalti cd. “leggeri”, invece, in cui l’attività si risolve prevalentemente o quasi esclusivamente nel lavoro, è sufficiente che in capo all’appaltatore sussista una effettiva gestione dei propri dipendenti (Corte di Cassazione, ordinanza 26 ottobre 2020, n. 23436).


Una Corte di appello territoriale, confermando la pronuncia di primo grado, aveva rigettato il ricorso di un lavoratore volto al riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato con la Società committente di un appalto, benché formalmente inquadrato alle dipendenze della Società appaltatrice. La Corte di merito, in particolare, aveva confermato l’assunto del Tribunale secondo cui l’appalto dedotto in giudizio non fosse illecito.
Per la cassazione di tale sentenza proposto ricorso il lavoratore, lamentando violazione e falsa applicazione della legge, per aver la Corte trascurato taluni fatti nel negare l’illegittimità dell’appalto.
Per la Suprema Corte, il ricorso non può trovare accoglimento.
Preliminarmente, la sentenza impugnata risulta ancorata a due distinte “ratio decidendi”, autonome una dall’altra e ciascuna, da sola, sufficiente a sorreggerne il dictum: in particolare, da un lato, vi è la conferma del rigetto della domanda attorea, sull’assunto che il rapporto di lavoro dedotto in giudizio si sarebbe risolto per mutuo consenso; dall’altro, vi è l’accertamento di fatto che nega la sussistenza del preteso appalto non genuino.
Orbene, per costante giurisprudenza di legittimità, qualora la sentenza impugnata sia basata su una motivazione strutturata in una pluralità di ordini di ragioni, convergenti o alternative, ma comunque autonome e di per sé idonee a supportare il relativo dictum, la resistenza di una di queste rationes agli appunti mossi con l’impugnazione, comporta comunque che la decisione va tenuta ferma sulla base della ratio non (o mal) censurata (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 26 marzo 2001, n. 4349).
In ogni caso, il motivo inerente la dedotta illiceità dell’appalto non è fondato, in continuità con l’orientamento consolidato di legittimità (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 14371/2020).
Nell’impugnata sentenza, infatti, risulta coerentemente applicato il principio per cui, in tema d’interposizione nelle prestazioni di lavoro, l’utilizzazione da parte dell’appaltatore di capitali, macchine ed attrezzature fornite dall’appaltante dà luogo ad una presunzione di sussistenza della fattispecie del cd. pseudoappalto, vietata solo quando detto conferimento di mezzi sia di rilevanza tale da rendere del tutto marginale ed accessorio l’apporto dell’appaltatore. In ogni caso, la sussistenza o no della modestia di tale apporto deve essere accertata in concreto dal giudice, alla stregua dell’oggetto e del contenuto intrinseco dell’appalto, con la conseguenza che, nonostante la fornitura di macchine ed attrezzature da parte dell’appaltante, l’anzidetta presunzione non è configurabile ove risulti un rilevante apporto dell’appaltatore, mediante il conferimento di capitale (diverso da quello impiegato in retribuzioni ed in genere per sostenere il costo del lavoro), know how, software e beni immateriali, aventi rilievo preminente nell’economia dell’appalto (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 16488/2009).
Peraltro, nell’epoca attuale pervasa dalla automazione della produzione e dalle tecnologie informatiche, non è più richiesto che l’appaltatore sia titolare dei mezzi di produzione, per cui anche se impiega macchine ed attrezzature di proprietà dell’appaltante, è possibile provare la genuinità dell’appalto, purché vi siano apprezzabili indici di autonomia organizzativa. Così, mentre in appalti che richiedono l’impiego di importanti mezzi o materiali, cd. appalti “pesanti”, il requisito dell’autonomia organizzativa deve essere calibrato, se non sulla titolarità, quanto meno sull’organizzazione di questi mezzi; negli appalti cd. “leggeri”, invece, in cui l’attività si risolve prevalentemente o quasi esclusivamente nel lavoro, è sufficiente che in capo all’appaltatore sussista una effettiva gestione dei propri dipendenti (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 21413/2019).